Il ritorno

Il ritorno è la parte del viaggio che preferisco.

L’ultimo giorno in viaggio si chiama riflessione.
C’è la nostalgia di lasciare un posto appena scoperto e che non vedrò forse mai più o forse tra chissà quanti anni, c’è il momento del confronto tra la città che lascio e quella in cui vivo – e spesso la mia perde 0-10 su tutti i fronti. C’è il commento sulla gente del posto, sul cibo che <in Italia si mangia meglio>, c’è la voglia di stare un po’ sola, e soprattutto la voglia di tornare a casa.
E’ strano perché finito il viaggio, finisce la vacanza e si ricomincia.
Ecco, io amo ricominciare.

Ho sempre il terrore di perdere l’aereo o salire su un aereo sbagliato.
Una volta ho chiesto all’hostess se quello fosse il volo per Palermo e la sua espressione non la scorderò mai nella vita. Cosa volete farci, sono affetta da ansia perenne.

Il rituale sull’aereo è sempre lo stesso: cuffie, sperare che chi è accanto a me non attacchi bottone, aria condizionata a -10°, e atterrare sapendo che quasi certamente, questa volta, nessuno applaudirà al comandante. Che poi io dico, ma quando il postino consegna un pacco, i palermitani gli fanno un applauso perché è stato davvero bravo?

Ritiro il bagaglio, e so che i miei genitori non saranno in prima fila ad aspettarmi perché non fa parte delle cose che amo, esco dall’aeroporto e sono a casa.
C’è sempre caldo a Palermo.
Forse sento caldo perché negli aeroporti non vogliono invecchiare e tengono l’aria condizionata molto bassa o forse perché l’aria di casa è sempre più accogliente.

Il tragitto dall’aeroporto a casa si chiama dialogo. Racconto tutto quello che mi ha colpito nel viaggio, faccio un riassunto della vacanza e soprattutto non perdo un attimo a sottolineare tutte le cose che non mi sono piaciute. E’ un po’ come se dovessi autoconvincermi che tornare è stata la scelta migliore – come se possa esserci un’alternativa al ritorno.
Il racconto del viaggio continua con ritmo intenso per una settimana e poi diventa tutto un aneddoto che racconterò per sempre quando vivrò situazioni in cui mi sembrerà necessario parlare di <una volta a Londra ho visto un tipo.. ad Amsterdam, per esempio, c’è molta.. non hai idea di quanto possa essere caotica Time Square> e so bene che tutti mi odiano quando divento logorroica.

Torno a casa, disfo la valigia per riguardare cosa ho comprato, cosa dev’essere lavato ma soprattutto per non sentire le voci di mia madre (qualcosa resta in valigia almeno per un paio di giorni e poi magicamente qualcuno la mette a posto e tutto il contenuto finisce sulla scrivania e resta lì ancora per po’).
Questo momento si chiama ordine.
Metto in ordine tutti i vari depliant dei musei, i biglietti aerei, della metro, dell’autobus e raccolgo tutto nella scatola dei viaggi che odio aprire perché la nostalgia può essere logorante. Sono un’accumulatrice e forse un giorno mi piacerà riaprirla.
Metto in ordine tutti i pensieri e devo rispondere ad una domanda fondamentale: <vivrei mai in quella città?>.
Se la risposta è positiva vuol dire che la depressione post viaggio sarà pesante più per chi mi sta intorno che per me (ricordate la parte relativa ai racconti), se è negativa è ancora peggio perché continuo a parlare del viaggio per cercare di rendermi conto di cosa non ho apprezzato e ne parlo così spesso che alla fine mi rendo conto che la risposta è sempre positiva.
Vivrei ovunque ma non sono sicura che non avrei bisogno di tornare.

L’indomani.
Mi sveglio e sono nel mio letto, la casa è ancora perfettamente in ordine perché non ho avuto il tempo e le forze di spargere dappertutto qualsiasi cosa abbia sotto mano.
Sono silenziosa, è ricominciato il momento riflessione.
Sono a casa, seguo mia madre ovunque vada per continuare a raccontare e raccontare perché ho bisogno di farla sentire come se il viaggio l’avesse fatto anche lei.
Palermo è sempre più bella quando torno.

la ragazza numero nove

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5 risposte a "Il ritorno"

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